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La guerra non guerra

Enzo Iacchetti qualche giorno fa, in televisione, si è lasciato prendere la mano dal confronto con Eyal Mizrahy. Lo ha apertamente insultato e minacciato; ha affermato che non può esserci contraddittorio sulla questione palestinese e, in particolare, sulla “guerra” di Gaza, precisando che quella non sarebbe una guerra perché c’è in campo un solo esercito, quello israeliano. Iacchetti ha così suscitato l’entusiasmo puerile di molti italiani (forse eccitati da qualche scurrilità primordiale). Ma – tralasciando il merito della sua posizione – ha palesemente sbagliato registro e metodo.

Tralascio anche il registro, perché comprendo che la passionalità con cui ha affrontato la discussione gli abbia fatto perdere le staffe. Ma sul metodo non ci sono giustificazioni. Si può avere qualsiasi opinione sulla politica del governo israeliano (la mia, oramai, è decisamente critica), ma negare in partenza il contraddittorio al proprio interlocutore non è mai una buona scelta, fermo restando che il contraddittorio ha senso quando si confrontino idee e opinioni aventi pari dignità: tra un geologo e un terrapiattista – tanto per fare un esempio – il contraddittorio non è impossibile, è inutile.

Iacchetti, invece, incappa in vizi logici e metodologici gravissimi: nello spazio riservato al giusto e all’ingiusto, all’opportuno e all’inopportuno, Iacchetti assume che la sua opinione sia l’unica vera (non giusta o opportuna) e perciò l’unica degna di essere esposta e presa in esame; al contrario, l’opinione del suo contraddittore viene presentata come falsa (non come ingiusta o inopportuna). Perciò Iacchetti nega il diritto di parola al suo avversario, perché ritiene del tutto illegittima e inveritiera la sua posizione.

Purtroppo, a dare torto a Iacchetti è lo stesso Iacchetti, allorché afferma che la “guerra” di Gaza non è una guerra, perché c’è un solo esercito. E – sempre secondo Iacchetti – a fronte di operazioni militari prive di scontro tra eserciti regolari, non si possono avere neppure confronti dialettici tra sostenitori delle ragioni delle parti in contesa. Seppure con la massima comprensione per la sensibilità civile di Iacchetti, io penso che le sue siano affermazioni totalmente prive di senso.

La guerra di indipendenza americana non fu una guerra? E la campagna di Napoleone in Spagna? La “spedizione dei mille” non fu una guerra? E l’assedio della Comune di Parigi? La Resistenza italiana non fu una guerra? La rivoluzione cubana non è passata attraverso operazioni di guerra? E la guerra del Vietnam? In tutti questi (e in molti altri) casi – tutti pacificamente ritenuti guerre – un esercito regolare si è scontrato con gruppi militarizzati non regolari, formati prevalentemente da guerriglieri.

Che Hamas sia un gruppo paramilitare, con finalità di terrorismo e guerriglia urbana, non è una novità. Così come non è una novità che Hamas, per i suoi fini tattici, sfrutti brutalmente e cinicamente la popolazione civile di Gaza, facendosene scudo. Tutto ciò giustifica l’operazione israeliana di sistematica distruzione di Gaza? Io credo di no (almeno nei termini e con i modi in cui è stata fin qui portata avanti). Ma ammetto che si tratta di un punto di vista che può essere contraddetto. Però a me pare innegabile che quel che sta accadendo a Gaza sia una guerra finalizzata all’annientamento di Hamas (e forse anche alla cinica ri-appropriazione della Striscia di Gaza da parte di Israele).

Inoltre, il fatto stesso che si discuta, oramai in tutti i paesi occidentali, dell’opportunità di riconoscere la Palestina come entità statale dovrebbe far comprendere a Iacchetti e ai suoi supporters che il contraddittorio non solo è sensato e legittimo, ma che è addirittura necessario. Perché a confrontarsi sono le ragioni (e i torti) a sostegno di due distinte entità politico-statuali (una già consolidata da tempo, l’altra in via di formazione). Due enti aventi pari dignità. E visto che il dialogo è il metodo per la costruzione della pace, negare il contraddittorio è la via maestra per alimentare lo scontro armato.

Paradossalmente, dunque, applaudire la radicale negazione della legittimità del contraddittorio tra le ragioni dei palestinesi e quelle degli israeliani significa voler mantenere in vita la guerra. Negare il diritto di parola ai sostenitori di Israele è la più strisciante forma di negazione del diritto all’esistenza dello stato israeliano. E quindi è un sostegno – suppongo del tutto involontario – alle deliranti aspirazioni di Hamas, Hezbollah, Huthi, komeinisti e altri simili fenomeni.

In ultimo, negare che questa sia una guerra significa negare le possibilità della pace.

 

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